Sulla proposta di soppressione del provvedimento
Data: 
Martedì, 3 Marzo, 2026
Nome: 
Elly Schlein

A.C. 2067

Grazie, Presidente. Ci risiamo, è passata solo una settimana, eppure siamo di nuovo qui e mi chiedo come mai, ogni volta che le opposizioni fanno una proposta per migliorare le condizioni di chi lavora, voi l'affossate senza nemmeno volerla discutere, negandoci anche il diritto a discuterne in questo Parlamento. Guardate, l'avete fatto con il salario minimo, che riguarda quattro milioni di lavoratrici e lavoratori che in Italia sono poveri, anche se lavorano; l'avete fatto la settimana scorsa sul congedo paritario, che cambierebbe la vita di milioni di famiglie italiane mettendo cinque mesi di congedo paritario retribuito al 100 per cento per entrambi i genitori, sostenendo anche i padri a veder crescere i propri figli, sostenendo l'occupazione femminile, la qualità della vita.

Oggi lo fate sulla riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Guardate, noi pensavamo e speravamo di potere discutere con voi seriamente. Ed è un tema che non è un tema di parte, è un tema che riguarda l'osservazione di come sta cambiando il mondo, l'evoluzione tecnologica, di come sta cambiando il mondo del lavoro. Perché noi con questa legge proponevamo, proponiamo una sperimentazione che incentivi la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, dando centralità alla contrattazione collettiva.

Alcuni contratti già lo prevedono, penso a quello che hanno fatto i metalmeccanici. In questa direzione sono andati altri Paesi europei, come la Spagna e molte aziende private che hanno scoperto che la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario non solo non diminuisce la produttività e l'occupazione, ma le aumenta, migliora la produttività. È una misura che aiuterebbe anche l'occupazione femminile. Sottoscrivo ogni parola del collega, onorevole Fratoianni, che ringrazio per essere sua la prima firma di questo provvedimento a cui abbiamo lavorato insieme, PD, 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.

Devo dire che è una misura che aiuterebbe la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, tema cui la settimana scorsa non vi siete dimostrati particolarmente sensibili. Ma è dimostrato dagli studi che è anche un modello sociale - quello della riduzione di orario di lavoro - che aiuterebbe su altri versanti. Secondo gli studi, ridurrebbe le emissioni, aumenterebbe l'occupazione, inciderebbe migliorando la qualità della vita di lavoratrici e di lavoratori, riducendo lo stress e anche orientando verso stili di vita che sono più sani. Ora, noi siamo dentro una trasformazione profonda e se la tecnologia oggi consente di produrre di più con meno lavoro, abbiamo due strade: o si riduce l'occupazione oppure si redistribuisce il tempo di quel lavoro a parità di salario. Noi scegliamo la seconda. Noi dobbiamo scegliere se guidare le grandi trasformazioni che attraversano la nostra società oppure subirle o peggio, colleghi, farle subire sempre ai soliti, i più esposti e i più fragili.

L'innovazione tecnologica se non è guidata - lo sapete bene -, se non è guidata rischia di concentrare ancora di più le ricchezze e il potere. E la politica dovrebbe occuparsi di come redistribuire il valore aggiunto che l'innovazione tecnologica produce presso tutta la società, altrimenti questa aumenterà le diseguaglianze che già oggi trafiggono il nostro Paese e non solo. Per cui non ci sono lavoratori e lavoratrici di serie A o di serie B, come i rider, sfruttati dalle piattaforme multinazionali, su cui i magistrati stanno intervenendo prima della politica, prima di certo del vostro Governo, mentre noi chiediamo che vi sia una legge apposita che tuteli quei lavoratori delle piattaforme.

Scegliamo quindi con questa proposta di redistribuire il valore aggiunto prodotto dall'innovazione, evitando che si concentri in profitti e rendite mentre i salari restano fermi al palo. Ecco, il problema italiano - lo sapete - sono salari bassi, scarsa innovazione, bassa produttività e uno spostamento di ricchezza che ha favorito le rendite e i profitti a scapito del lavoro e della buona impresa.

Questa proposta è un'innovazione: stimola l'innovazione di processo, stimola l'innovazione organizzativa dentro alle imprese e, in questo, non solo aumenta la produttività, ma migliorerebbe anche i consumi. E li sento già gli ordoliberisti dire che siamo rimasti indietro di 30 anni, quando qualcuno diceva: lavorare meno, lavorare tutti. Ma il vero punto è il contrario: che ci sono rimasti loro indietro di 30 anni. Perché non mi risulta che 30 anni fa ci fossero le piattaforme digitali che sfruttano attraverso l'uso degli algoritmi o che ci fosse l'e-commerce in competizione con i piccoli esercizi commerciali di quartiere; non c'era l'intelligenza artificiale a elaborare i testi e non c'erano i robot ad assemblare i pezzi nelle catene di montaggio nelle fabbriche.

C'è un dato che dovrebbe farci riflettere tutti, guardate: in Italia si lavora molte più ore rispetto alla Germania e alla Francia, ma la produttività è più bassa. Ci sono state sperimentazioni sulla riduzione dell'orario di lavoro in Gran Bretagna, in Portogallo, in Spagna, in Belgio, anche in Islanda. Dunque, non è per forza lavorando di più che si diventa più competitivi e si aumenta la produttività. Si diventa più produttivi lavorando meglio, investendo in innovazione, formazione e qualità del lavoro.

Questa proposta sulla riduzione dell'orario - certamente non calata dall'alto o uguale per tutti i settori (sarebbe sbagliato) - è una leva esattamente in questa direzione. Noi abbiamo fatto una proposta di sperimentazione che passa attraverso la contrattazione collettiva, che si adatta, quindi, di settore in settore a seconda delle esigenze organizzative. Ma nemmeno di questo avete voluto discutere.

Guardate, con questa proposta noi chiediamo una riforma che protegga il lavoro e che sia adatta ai tempi che corrono e alle nuove sfide che abbiamo davanti. Non ignorate queste sfide, perché comunque avverranno, che vi piaccia o no, che accettiate o no di discuterne in quest'Aula. E sarebbe meglio discuterne, perché saremo giudicati da chi, là fuori, si chiederà dove erano le classi dirigenti quando tutto questo accadeva e non si è messo in campo un pensiero, un'idea che potesse evitare che queste diseguaglianze le pagasse ancora di più chi ha già pagato e si è impoverito in questi anni, tra crisi economica, finanziaria, poi quella pandemica e anche quella ambientale.

Permettetemi di dirlo con chiarezza: rinviare e bocciare queste norme, queste proposte, come avete fatto sul salario minimo, non è una scelta neutra. È una scelta politica: significa lasciare che quelle diseguaglianze crescano; significa accettare che la rivoluzione tecnologica produca dei vincitori e dei vinti senza alcun correttivo. Non è questo il futuro che noi immaginiamo per i lavoratori e le lavoratrici dell'Italia e dell'Europa.